TERRITORIO

Seguendo la corrente del fiume Sabato, poco prima di arrivare a Benevento, all’osservatore attento non sfugge che, sulla sinistra, su una media montagna propaggine del Partenio, si innalza imponente il castello di Ceppaloni, di origine longobarda e forse antica rocca dei Sanniti.

Da questo punto in poi si entra nella suggestiva Valle del Sabato, un pianoro semi-ondulato, attraversato ancora oggi da labilissime tracce dell’antica via (Aquilia), che si innestava sulla Via Appia nei pressi della Porta Aurea di Benevento e conduceva fino a Salerno.

In questo territorio sono molto diffusi o dimenticati nomi di località, dal suono antico e modulato. Aveva  ragione lo scrittore Mario Soldati quando scriveva che c’è dell’incanto nei nomi dei nostri paesi, delle nostre contrade: Rotula è una di esse.

Antichissima è tutta la zona e non solo per i nomi. Antichissima perché ricca soprattutto di leggende, fra le quali alcune hanno fatto il giro del mondo. Infatti lo scrittore Guido Piovene, nel suo libro “Viaggio in Italia”, nelle note dedicate a Benevento, racconta di essersi recato nello stretto di Barba. Così racconta: “mi sono recato anch’io nella gola delle streghe, dove il fiume Sabato scorre stretto tra le rupi. Era una bella notte, fredda e silente, sotto la luna piena.
Per quanto ci risulta, la località Rotula è citata più volte in alcune pergamene, originali e in scrittura beneventana, risalenti tutte attorno all’anno Mille e conservate presso l’Archivio di Montevergine.

Nella più antica pergamena, che porta la data del 1025, troviamo nominata per la prima volta la località Rotula, a proposito della divisione di una proprietà (Memoratorium). Un certo Ilderado si accorda con il fratello Rodenando e uno zio di nome Aldemaro per la divisione di un terreno sito “de loco Rotule” i cui confini toccavano alcune vigne e la “via publica maiore” che da Benevento conduceva ad Avellino.

Ciò che più fa riflettere – leggendo il fondo di pergamene – al di là degli atti notarili fra persone delle quali ignoriamo tutto, perché appartenenti a quelle generazioni delle foglie di cui è fatta la storia di ogni tempo, è la profonda impressione che si ricava dalla lettura sul paesaggio agrario, che, pur restando sullo sfondo, appare come il vero protagonista, apparentemente immobile, ma continuamente modificato dall’azione degli uomini nel corso dei secoli.

La cura dei vigneti – venduti o acquistati, non importa – in queste antiche carte determina, sempre ed ovunque, il valore aggiunto al possesso di un pezzo di terra. E’ sempre il vigneto che fa la differenza. In ogni contratto la presenza della vigna la dice lunga sul valore della proprietà, soprattutto dal punto di vista sostanziale. La vigna funziona sempre come gioiello di famiglia. Essa ha un valore concretamente simbolico.

Misura il valore della terra. Una storia che dura ancora oggi. Tale concezione del lavoro, lentamente distillatasi in opere sapienti di trasformazione e modificazioni quasi molecolari, farà in modo che il paesaggio agrario di queste contrade resterà apparentemente immutato nel corso dei secoli.
C’è un filo di continuità, mai interrotto, fra il vecchio contadino dell’anno Mille che, mentre scrutava con paura ed ansia i segni del cielo, si preoccupava di coltivare e migliorare la propria vigna e il moderno coltivatore di oggi che, anche se immerso in una realtà virtuale, continua l’antico mestiere di ricavare buoni frutti dalla terra, così come cura l’antica arte di fare del buon vino. E in contrada Rotula questo succede ancora. Come era scritto nelle antiche pergamene.